LICEO MANZONI

#ioleggoperché

OGGI LEGGIAMO……
 
Giorgia Latorre (4AC) ha recensito per noi David Copperfield di Charles Dickens.
Clicca su Introduzione per ascoltare la recensione. Cliccando sull’immagine potrai “entrare” nel libro, attraverso la lettura di alcune pagine da lei scelte.
 

Introduzione

 

 

 


                          Andrè Kertész, Il piacere di leggere, Franco Sciardelli – Milano

 

Gli studenti della classe 2AC hanno scelto per noi questo libro di fotografie, utilizzato, durante l’anno scolastico 2020-2021, come spunto per realizzare un loro percorso fotografico, del quale condividono, qui, alcuni scatti. 


Il fotografo ungherese Andrè Kertész (Budapest, 2 luglio 1894 – New York, 28 settembre 1985) ha dedicato questo libro al tema della lettura: venticinque scatti che catturano – in situazioni diversissime – quella magia, quello stato di grazia che sperimentiamo quando abbiamo tra le mani il libro giusto

E’ un libro da sfogliare, più che da leggere; tuttavia, come suggerisce un altro noto fotografo, Ferdinando Scianna, nella prefazione, è pur vero che “il mondo è fatto di segni da decifrare: non sempre soltanto parole, ma ideogrammi, pittogrammi, foto – grafie, appunto. E in questo senso fotografare non significa, come di solito si ripete, scrivere con la luce, ma leggere ciò che con penna di luce il mondo scrive di sé. Il discorso suona logico del resto. Il tipo di fotografia praticato da Kertész è un gesto dell’occhio: vedere significa leggere”.



Ce ne siamo ricordati lo scorso anno, quando abbiamo voluto provare a catturare con qualche scatto – molto artigianale – il senso di un anno vissuto tra lockdown e Dad.

Fotografare è stato un po’ come  usare il filtro dell’obiettivo per prendere le distanze da una realtà a volte faticosa e opprimente.

Fotografare è stato un modo per portare fuori la fatica e il disagio; vederli rappresentati, leggerli e mostrarli ai compagni, ci ha permesso di condividere stati d’animo, emozioni, paure; di trovare soluzioni, anche nei libri e nella lettura. E, in definitiva, di sentirci meno soli.

Alcuni dei nostri scatti affrontavano proprio il tema della lettura e dei libri e ci è sembrato bello condividerli qui.



Sullo schermo del computer…  

ho proiettato un’immagine simbolica di come, in questo periodo di reclusione, la tecnologia sia diventata il principale o – in alcuni casi – l’unico modo per comunicare. Accanto, delle medicine e una mascherina che, in modi diversi, ci hanno aiutato a prevenire la diffusione del virus, raffigurato in alto, a destra del PC. 

Infine, in basso a sinistra, l’omino che corre verso il libro spiega come, durante il lockdown,  la lettura abbia rappresentato, per me, una tregua, una via di fuga dalla realtà. (Chiara De Angelis)

Leggere ai tempi del Covid 19 

Durante i periodi di crisi, le persone si trovano di fronte a cambiamenti nello stile di vita. Uno dei primi e più evidenti cambiamenti, osservati durante il blocco per il COVID-19, ha riguardato il modo in cui consumiamo i media e, soprattutto, il modo in cui leggiamo. Le persone tendono a trovare conforto  in un certo tipo di libri e le abitudini di lettura e le preferenze per i generi letterari possono cambiare durante i periodi di stress. Questo aiuta a spiegare perché gran parte della narrativa di genere mette radici in tempi di significativi sconvolgimenti sociali, economici, politici.

(Hanaa Khzizou)




 (Luciana Fazzini)



Aprire spazi nuovi 

Durante la pandemia, abbiamo dovuto apportare dei cambiamenti (grandi o piccoli) alla nostra vita quotidiana. Non potendo più uscire, infatti, le persone hanno iniziato a sfruttare i pochi spazi esterni a loro disposizione per svolgere azioni che, normalmente, avrebbero compiuto dentro casa. 

Così è stato per lo studio e per la lettura, come questa foto vuole significare. In fondo, anche lo studio e la lettura possono aprirci nuovi spazi.  E orizzonti.

(Rachele Spreafico)

 

Alcune ragioni per leggere di Umberto Eco
 

 

 

Podcast realizzato da Chiara De Angelis (2AC)

 

 

 

 

 

Podcast realizzato da Arianna Corti e Elettra Invernizzi (2AC)

 

Cupola Di Brunelleschi

Recensione di Nicoló Corti, Maria Marvelli, e Alessandra Murruzzu 4CC

 

 

Il Mistero Arnolfini

 

recensione di Martina Arrigoni, Giorgia Latorre, Giulia Fumagalli (4AC)

 

 

recensione di Gaia Ferraioli (2DL)

 

 

 

 

Recensione di Francesco Patuzzi (2AC)

 

 

 

ANTONIO FORCELLINO, La Pietà perduta, storia di un capolavoro ritrovato di MichelangeloRizzoli, 2010

 

 Alcune volte la vita, ma anche l’attività di un grande artista quale Michelangelo la pensiamo fatta solo dei capolavori che tutti conosciamo, ad esempio la Pietà che si trova nella basilica di San Pietro, il David di Firenze, gli affreschi nella Cappella Sistina. Quello che invece accade leggendo “La Pietà perduta: storia di un capolavoro ritrovato di Michelangelo” è una sorta di viaggio appassionante e avvincente che porta alla ricostruzione di un piccolo frammento sconosciuto della lunga vicenda artistica del grande Buonarroti.  Per ricostruire la storia di un’opera d’arte dai risvolti enigmatici, coperta da una fitta nebbia di mistero, Forcellino si concentra sui dettagli con la dedizione tipica dello storico dell’arte che, indizio dopo indizio, interroga l’opera sempre rimettendosi in discussione, anzi, fino all’ultimo dubitando delle  proprie ipotesi.

Quella raccontata nel libro è una vera e propria relazione d’amore tra l’uomo, l’arte e la storia, una relazione d’amore in cui ogni dettaglio, ogni particolare è importante, descritto con minuzia e attenzione. Gli occhi di Forcellino diventano quelli di Michelangelo e, pertanto, in alcuni momenti, anche noi lettori abbiamo la sensazione di avere un rapporto privilegiato con il grande artista, quasi fossimo stati invitati nel suo studio..

 

Nell’introduzione del libro, l’autore si prefigge come obiettivo principale quello di presentare la sua ricerca storico-artistica come un racconto, e non come un resoconto accademico.Il motivo per il quale l’autore sceglie tale taglio comunicativo è dovuto al fatto che nella vita Antonio Forcellino è restauratore e la sua professione lo mette in un rapporto privilegiato di familiarità sia con l’opera sia con l’artista. Il restauratore è un po’ come il medico ascolta il paziente che gli racconta i suoi malanni: solo questo contatto umano e sincero permette la vera cura. Al contempo il medico/restauratore è anche uno specialista costantemente aggiornato dal punto di vista della ricerca scientifica, della tecnica, della materia di cui l’opera è fatta e che va, appunto conservata in salute. 

 

Nel primo capitolo, l’autore racconta di aver ricevuto una e-mail contenente la riflettografia del dipinto (ossia un’immagine che permette di vederne il disegno preparatorio) e la richiesta da parte del possessore, un pilota di jet americano, residente a Buffalo, di andare ad poter ispezionare l’opera di persona, poiché è possibile che appartenga a Michelangelo.

Già però alla partenza per gli Stati Uniti, sorgono i primi ripensamenti:

 

Per la prima volta, mi assale il dubbio di aver preso una grande cantonata: perché sono venuto in questo posto a cercare Michelangelo? Che relazione potrà mai esserci tra l’America e Michelangelo Buonarroti? Il nome del genio è legato a ben altri luoghi… (pag. 6)

 

 Sarà la stessa bellezza dell’opera a spronare il restauratore ad intraprendere un altro lungo viaggio alla scoperta della stessa. Il libro, dunque, diventa un lungo cammino che ci porta sulle 

 orme di alcuni personaggi straordinari, quali lo stesso Michelangelo, Vittoria Colonna, Reginald Pole e un gruppo di appassionati intellettuali riformatori che sfida la censura dell’Inquisizione romana in nome di una grande utopia, di cui proprio i dipinti ricercati rappresentano l’espressione più tangibile e coinvolgente. Come se tutto ciò non bastasse, entra in scena in questa vicenda anche l’amore romantico e sfortunato di alcune donne, travolte dalle rapide trasformazioni politiche nell’Europa di fine Ottocento. (pag. 2)

La passione si rivela la chiave di tutto in quanto permette di andare oltre le apparenze e i pregiudizi nella consapevolezza che non sempre ciò che stiamo cercando è dove ci aspettiamo di trovarlo. 

 

Ed eccola qui la  “Pietà perduta”:

 

Gesù morto è tenuto tra le braccia sollevate ad angolo retto da due angeli, incastrandosi nelle gambe di Maria che solleva le braccia al cielo in segno di dolore, bilanciando con quel gesto le linee di forza discendenti del corpo di Gesù, adagiato su una roccia. La figura centrale del dipinto è la Vergine, caratterizzata da un volto che sembra scolpito direttamente sul colore; il suo corpo domina lo spazio e le sue braccia alzate creano un disegno esattamente opposto a quelle del Cristo morto. Quasi “ci fosse ancora posto tra le braccia alzate da Maria per confortare altri angeli e altri figli martirizzati” (pag. 63) . Si tratta di un’opera incentrata sulla precisione delle figure e sui dettagli, come il piccolo fiore bianco di giglio posto ai piedi di Gesù. Sei semplici pennellate di bianco, su questo sfondo nero, che rievocano un ampissimo universo figurativo. Ma non vi vogliamo svelare altro, perché proprio questo appassionato racconto è l’ossatura portante del bel libro di cui vi consigliamo la lettura.

Recensione di Davide Calvi (4AC), Simone Minari (4AC) e Giulia Rusconi (4CC)

 

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